Per decenni il regalo gastronomico aziendale ha seguito una grammatica semplice: più prodotti significavano più valore.
Una confezione ricca, una selezione abbondante, magari accompagnata da una bottiglia importante, rappresentavano il modo più immediato per trasmettere generosità e attenzione.
Era una logica coerente con il tempo in cui nasceva il cesto natalizio: il valore del dono era visibile nella quantità e nella varietà.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
Le aziende continuano a regalare food, ma stanno iniziando a farlo con un approccio diverso. Non necessariamente più costoso. Più progettato.
La differenza è sostanziale.
Perché un regalo gastronomico non viene più giudicato soltanto per ciò che contiene, ma per l’esperienza che riesce a costruire attorno a ciò che contiene.
Ed è qui che il tradizionale concetto di cesto inizia a mostrare i suoi limiti.
Il paradosso dell’abbondanza
Immaginiamo due regali.
Il primo contiene quindici prodotti: conserve, pasta, dolci, vino, biscotti, olio, salumi.
Il secondo ne contiene cinque.
In termini quantitativi, il primo sembra avere un vantaggio evidente.
Ma cosa accade se quei cinque elementi sono stati scelti per comporre una cena precisa, raccontano un territorio, includono gli strumenti necessari per completare la preparazione e sono accompagnati da una narrazione che spiega perché sono




