
di Marta Serafini
In Ucraina, dopo anni di allarmi, la psiche ha imparato a difendersi: si abitua al pericolo, spegne le emozioni, cerca la conferma di essere viva in un’esplosione. Funziona, finché non si paga il conto.
C’è una frase che gli psicologi ucraini sentono ripetere sempre più spesso, e che all’inizio sembra uno scherzo di cattivo gusto: «Mi sento più tranquilla quando sento le esplosioni». Non è una posa, non è incoscienza. È il punto in cui la psiche, dopo anni di allarme, ha smesso di funzionare come dovrebbe.
La psicologa ucraina Kateryna Vasylchenko-Deruzhko lo spiega così: il cervello vuole riportare tutto a uno scenario comprensibile. Quando i piani saltano — e con un allarme aereo saltano sempre, il traffico si blocca, i treni non partono, la giornata si sfascia — si apre una crepa. In quel momento bisogna decidere in fretta come rimettere insieme la giornata, e tutte le risorse interne finiscono lì. È stress puro, anche senza che cada nulla.Il paradosso è che l’adattamento arriva. Arriva sempre, perché adattarsi è la funzione principale della mente, quella che ci ha tenuti vivi come specie. Si impara a dormire quando si può, a bere un caffè




