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La pagella del Mereghetti: «Rider», una Milano fredda e notturna in un musical in rime rap (voto 7-)

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di Paolo Mereghetti

Il film di Roan Johnson e Davide Pavanello: un amore impossibile e interclassista tra abusi, desideri e speranze

Raccontare Milano, le diverse facce della città, gli intrecci tra le classi, gli amori che nascono. E tutto questo a ritmo di rap, utilizzando i suoi ritmi e le sue assonanze come lingua per il cinema. Il procedimento non è nuovo: i grandi musical hanno da sempre inseguito (e spesso trovato: pensiamo a «Cantando sotto la pioggia») una continuità tra la parola recitata e il verso cantato, ma qui al posto delle melodie c’è l’immediatezza del rap, la sua voglia di gridare, la sua ruvidezza, la sua carica eversiva.

L’idea è dei due registi, Roan & Dade, cioè Roan Johnson (non nuovo a contaminazioni tra i generi e i media) e Davide Pavanello (musicista in proprio ma anche autore e produttore musicale), decisi a esplorare percorsi inediti per il cinema e non a caso scelti per chiudere la «Settimana della critica» a Venezia 2026. In effetti si fa fatica a definire Rider: una storia d’amore? un thriller? uno spaccato sociale? Tutto questo insieme, ma soprattutto il tentativo (riuscito) di realizzare, per usare le parole dei due

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