Un importante rapporto del Brussels Institute for Geopolitics, firmato da Thomas Laffitte, parte da un paradosso che cambia la natura dell’euroscetticismo. Dieci anni dopo Brexit, le destre radicali europee sono molto più forti, ma quasi nessuna vuole più uscire dall’Unione. L’obiettivo non è distruggerla bensì conquistarla, piegarla, usarla. Il delfino di Marine Le Pen, Jordan Bardella, lo ha sintetizzato in vista delle presidenziali francesi del 2027: «Non vogliamo lasciare l’Unione europea, vogliamo cambiare tutto senza distruggere nulla». Da qui Laffitte ricava la definizione: siamo entrati nell’era del post-euroscetticismo.
L’uscita dall’Unione ha perso fascino. Brexit ha avuto un effetto pedagogico. Perfino le forze che un tempo flirtavano con Frexit, Italexit o Dexit hanno scoperto quanto sia costoso rinunciare al mercato unico, ai fondi europei, all’euro, alla capacità negoziale di un blocco di 27 paesi.
Questo non significa che l’integrazione europea sia al sicuro. La nuova sfida può essere più insidiosa: non abbattere l’edificio, bensì occuparlo e cambiarne il funzionamento dall’interno.
Il fenomeno ha dimensioni strutturali. Il rapporto definisce come destra radicale populista – PRR, acronimo di populist radical right – le forze collocate alla destra del Partito popolare europeo. Il loro peso alle elezioni europee è salito dal 9,65%




