di Pietro Bruni
Quando compaiono sulla testa di un figlio scatta l’allarme per tutti. Ma non sempre si compiono azioni corrette e razionali. Ecco cosa fare e cosa non fare per affrontare un problema con cui gli esseri umani convivono da sempre
All’uscita di scuola un bambino si lancia in braccio al padre con lo zaino ancora sulle spalle, gli prende la testa fra le braccia e se la stringe contro il petto. Poco più in là una bambina tira la madre verso il basso per dirle qualcosa all’orecchio; la madre si china e i loro capelli castani (identici!) si confondono. Due ragazzini escono dal portone ridendo e abbracciati, le teste che si toccano mentre camminano. Tante volte il modo più naturale di voler bene a qualcuno è diminuire la distanza.
Questa è una storia di contatto, antica quanto Homo sapiens, e al giorno d’oggi comincia spesso nella chat di classe, dove, alle volte, anche la frase più cortese può avere un effetto detonante: «Ho trovato i pidocchi a mio figlio. Controllate anche i vostri, per favore?». Da quel momento, qualunque fosse il programma della serata, ce n’è un altro: bambini convocati sotto la lampada, teste passate




