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Argentina, attentato all’Amia del 1994: incriminati in sette tra i vertici dei Pasdaran e un libanese-colombiano nascosto da Hezbollah

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di Guido Olimpio

I punti chiave dell’attentato che uccise 86 persone: i depistaggi, le manovre e le rivalità tra servizi segreti. Il giallo della morte del giudice Nisman e le accuse di legami della presidente Kirchner con Teheran

Un atto giudiziario ma che riveste un significato anche politico: la procura argentina ha incriminato sette dirigenti iraniani e un libanese per la strage contro l’Associazione ebraica di Buenos Aires, attentato che costò la vita a 86 persone nel luglio 1994.

Il procedimento mette sul banco degli imputati alcuni degli esponenti più in vista dell’attuale regime islamico al termine di una serie di inchieste ostacolate da depistaggi, manovre e rivalità tra servizi. Secondo la magistratura Teheran ha ordinato l’attacco affidando l’esecuzione ad una cellula dell’Hezbollah libanese con appoggi a Ciudad del Este, cittadina del Paraguay da sempre snodo di traffici, nel cuore della cosiddetta Triple frontera in quanto confinante con Argentina e Brasile.

La lista degli accusati è pesante. Ahmad Vahidi, attuale comandante dei pasdaran. Mohsen Rezai, figura chiave della teocrazia, ufficiale dei pasdaran e oggi responsabile del Consiglio di sicurezza. Alì Fallahijan, ex ministro dell’intelligence. Hadi Soleimanpour, ex ambasciatore in Argentina. Mohsen Rabbani, all’epoca consigliere culturale

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