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«Mi manda Raitre», un patchwork di stili e intenzioni

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di Aldo Grasso

Federico Ruffo sembra aver scelto da tempo la posa del giustiziere tv, una versione più domestica di Ranucci.

In un programma di «investigazioni sul campo» come «Mi manda Raitre» l’identità non coincide necessariamente con l’argomento trattato. Anzi, si riconosce proprio quando gli argomenti sono molto diversi: traffici negli aeroporti, concorsi universitari, ricarica delle batterie dei veicoli in sharing, affitti scandalosi, parcheggi. Non basta, però, mettere in copertina «Furbetti d’Italia» perché questa varietà diventi uno sguardo, una linea editoriale. Altrimenti è soltanto un elenco della spesa dell’indignazione.

Federico Ruffo sembra aver scelto da tempo
la posa del giustiziere tv, una versione più domestica di Ranucci. Ma il conduttore, invece di essere la grammatica del programma, finisce per diventare uno dei tanti testimonial del risentimento: il problema è che il risentimento, senza una chiara gerarchia delle responsabilità, è una moneta che si svaluta in fretta.
Persa l’iniziale empatia con il pubblico — parliamo del secolo scorso, quello di Michele Lubrano — «Mi manda Raitre» appare ormai come un patchwork di stili e intenzioni. 

Si comincia con un servizio sui traffici aeroportuali che sembra una brutta puntata di «Airport Security»; si prosegue con un concorso universitario senza spiegare davvero

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