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Svezia, il monopolio perduto sull’immigrazione. E per la prima volta l’ultradestra cala

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di Irene Soave

Gli altri partiti hanno assorbito in parte le istanze dei Democratici svedesi

DALLA NOSTRA INVIATA
STOCCOLMA – Le previsioni formulate in queste settimane sul brillante futuro di Jimmie Åkesson, leader di velluto dei Democratici svedesi dal programma di ferro, e da lui volentieri alimentate, ricordano l’apologo della bambina che va al mercato, portando una brocca col suo litro di latte e fantasticando su quanti soldi le frutterà. Superare di nuovo il 20 per cento alle elezioni; vedersi offrire posti chiave nel governo, per la prima volta nella storia del partito (Åkesson per sé avrebbe chiesto il ministero della Giustizia). Entro il 2030, chissà, esprimere un premier. L’andamento elettorale del partito negli ultimi vent’anni, tutti guidati da Åkesson che ne è il numero uno dal 2005, li autorizzava a sperare. Ma il voto non è andato così. Terzo partito con il 17,6%, i Democratici svedesi hanno perso il 2.9% — 11 seggi — rispetto al 2022. E anche la corsia preferenziale verso il governo.

Fondati nel 1988, erano cresciuti da allora a ogni legislatura, senza mai arretrare. Fino a oggi. Dal 1988, quando avevano lo 0,02% — e un direttivo di impresentabili, come il fondatore Anders

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