
di Chiara Maffioletti
L’attore australiano ha presentato fuori concorso «What Love Builds»
Codino, parecchio gel e fitta barba bianca, Russel Crowe è arrivato a Venezia di ottimo umore. Del resto, è il suo Festival preferito, come ha spiegato lui stesso nella conferenza stampa di What Love Builds, presentato Fuori concorso. Un lavoro «iniziato 15 anni fa, fatto per dimostrare che recitare e fare musica sono per me la stessa cosa, arrivano dalla stessa fonte creativa».
Credeva se la sarebbe cavata «nel giro di un anno, invece ho registrato 18 milioni di piedi di pellicola. Spero che almeno dopo questo film non debba più rispondere alla domanda che mi viene fatta su musica e cinema: per me, ripeto, sono la stessa cosa». A vanificare la sacralità del suo proposito ci ha pensato chi subito dopo, in sala stampa, gli ha rifatto la stessa domanda: «No, non farla», ha scherzato Crowe, per poi spiegare che la differenza, se c’è, è l’ovvia «connessione con il pubblico che con la musica è diretta. Ma io la sento anche quando recito, anche se non ho davanti nessuno. Avverto il pubblico anche se non ne sono mai schiavo».
Non sognava da bambino di diventare un




