di Stefano Agnoli
In dodici mesi 4,4 miliardi investiti, +69%: a luglio l’accelerazione con round record e primo sbarco al Nasdaq. I capitali corrono più veloci della fisica: la redditività resta da dimostrare
Per capire cosa sta succedendo nella fusione nucleare serve un numero: 4,48 miliardi di dollari raccolti nei dodici mesi fino a luglio. Il 69% in più del periodo precedente, il massimo mai registrato dalla Fusion Industry Association, che monitora il settore dal 2021. Da allora la raccolta complessiva ha superato i 14 miliardi.
Un’accelerazione – spinta dalla fame di energia pulita dell’intelligenza artificiale – che nelle ultime settimane ha preso forma concreta, in una sequenza di segnali che raccontano un ecosistema in movimento.
La storia più rumorosa arriva da Commonwealth Fusion Systems, lo spin-off del Mit da anni baricentro dell’ottimismo sul comparto. Il 30 luglio ha annunciato un round da un miliardo di dollari, il più grande dal 2021 (raccolse 1,8 miliardi) portando il totale a quattro miliardi. La nomina di Lorence Kim, ex cfo di Moderna ai tempi della quotazione, ha aggiunto un elemento narrativo: l’idea che Cfs possa prepararsi alla Borsa. Lo stesso Kim ha frenato, ma la suggestione resta. I fondi serviranno




