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Ecco perché l’industria delle scarpe italiane detta legge nel mondo

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Per una volta, almeno, è difficile dar torto a Ben Gvir, esponente ultraortodosso, ministro della Sicurezza nazionale di Israele. Quando, all’inizio di giugno, la Procura di Roma lo ha indagato per le presunte violenze sugli italiani della Flotilla, ha replicato: «L’Italia, il Paese dello stivale, è diventato quello delle ciabatte». Si è fatto una grassa risata, ma non sa di aver detto un’ovvietà.

Da sempre gli italiani fanno le scarpe al mondo. Cominciarono i veneziani e i fiorentini nel Duecento. In particolare, i secondi si avvantaggiavano della concia all’etrusca (ancor oggi è la più ricercata) che ha fatto rinascere il distretto di Santa Croce sull’Arno, uno dei più importanti al mondo. Si tratta di trattare le “salate”, si chiamano così le pelli grezze, con i tannini vegetali invece che col cromo. Lì c’è tutto quello che serve: l’acqua dell’Arno, i boschi di castagno e di rovere per i tannini e, volendo, anche la “groma” delle botti da vino esauste. Sembra uno scherzo, ma a Santa Croce (nonostante la crisi della moda che ha depresso gli introiti di quasi il 40 per cento) si fattura ancora per oltre un miliardo e mezzo di euro, suddivisi tra 350 aziende che danno lavoro

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