
Il tennista serbo è riuscito a sfruttare una carriera longeva grazie a diete e allenamenti curati in ogni dettaglio. Dopo 20 anni ad alti livelli però il suo fisico è in crisi
Per vent’anni Novak Djokovic ha trattato il proprio corpo come un territorio da conquistare. Lo ha studiato, educato, alleggerito, nutrito, allungato, ascoltato. Ha tolto alimenti, aggiunto integratori, imparato a respirare meglio, a meditare, a dormire, a recuperare. Ha inseguito ogni dettaglio con la stessa ferocia con cui inseguiva la palla, fino a trasformare un fisico un tempo fragile nella macchina più resistente della sua generazione. Adesso, però, quella macchina sembra non rispondere più ai comandi. A New York Djokovic ha vomitato più volte in campo, si è spezzato, ha avuto crampi, ha perso forza ma non coraggio, restando in campo fino alla fine, come il guerriero che ci ha abituato a essere. L’uscita al primo turno, ma soprattutto il modo con cui arrivata è un messaggio che non si può ignorare e che già aveva dato le prime avvisaglie a Cincinnati. Sembra che il suo fisico, ormai al limite dopo 20 anni di battaglie gli abbia imposto di fermarsi: una crisi del sistema su cui ha costruito la




