
di Maria La Barbera
Il leader degli industriali torinesi: «Ascoltare è più difficile che parlare, specie se si è chiamati a decidere. Torino? Deve continuare ad aprirsi, a sperimentare e a raccontarsi. Non soltanto per ciò che è stata»
È cresciuto tra i viali dell’azienda di famiglia, dove ha imparato ad andare in bicicletta, e continua a custodire la Fiat 500 del 1964 con cui ha imparato a guidare. Oggi Marco Gay, classe 1976, presidente degli industriali torinesi dal 2024, è uno degli imprenditori italiani più autorevoli nel mondo dell’innovazione e delle startup e considera la gratitudine, la gentilezza e il rispetto i veri motori del successo. In questa conversazione si racconta: il padre severo, la passione per il rock, l’amore per Torino fino a riflessioni sul talento e l’importanza dell’ascolto.
La sua è una famiglia di imprenditori, con l’azienda quasi come estensione della casa. Che cosa le ha insegnato quel contesto sul significato del lavoro?
«La mia infanzia e la mia adolescenza sono state scandite dalle regole e dai valori dell’impresa. Ho imparato ad andare in bicicletta nei viali dell’azienda e il primo mezzo che ho guidato è stato un muletto: era davvero una dimensione di casa




