
L’industria ha ridotto il peso della plastica del 30-40%, per non parlare del boom del riciclo. Eppure la Commissione Ue continua ad alzare l’asticella (e quindi i costi) di chi imbottiglia. Balzelli che rischiano di colpire i consumatori.
Si fa presto a dire acqua minerale. La guerra alla plastica e in particolare alle bottiglie di plastica, pur essendo comprensibile nei principi, si sta trasformando in una crociata ideologica che riversa sulle aziende una moltitudine di norme spesso di difficile attuazione e soprattutto che vanno a complicare la vita ai consumatori. Inoltre, accade che i governi, per essere più realisti del re (ovvero la Commissione Ue) e mettersi nel solco della politica green, finiscano per sfornare misure paradossali. Dietro alla posizione ambientalista si intravede però anche, come fa notare Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l’associazione che riunisce i produttori di acqua minerale, «la manina di certi ambientalisti che spingono per privilegiare il rubinetto alla bottiglia, ignorando che sono cose diverse disciplinate da leggi diverse». Che questo sia pensar male o che ci sia un fondo di verità, sta di fatto che l’industria del settore conta 50 mila posti ed esporta 1,7 miliardi di litri con un saldo commerciale attivo per




