
di Cesare Zapperi
Il giornalista difende il rapporto con Lavitola: «Non solo lui voleva candidarmi». E paragona «Report» al Giubileo
DAL NOSTRO INVIATO
LAVARONE (TRENTO) – Alla fine, Sigfrido Ranucci mostra la solidarietà che non t’aspetti. Mentre è impegnato nel firmacopie nel Centro congressi dove è stato accolto da un migliaio di persone, mostra sul suo telefonino una foto che lo ritrae con un anziano signore: «Vi do un titolo. Il padre di Vannacci mi ha inseguito per dimostrarmi stima» (è successo a Cagliari nei giorni scorsi). Era la sua prima uscita pubblica dopo i clamorosi sviluppi dell’inchiesta sull’attentato sotto casa.
Se doveva essere un test sulla sua popolarità e sul sostegno del suo pubblico, può dirsi superato. La gente lo abbraccia, gli rifila manate sulle spalle, gli chiede di non mollare. I suoi occhi si illuminano di gratitudine, come se avesse bisogno di quella energia per resistere a tutto quello che sta uscendo su di lui, le sue frequentazioni, il suo lavoro. «La cosa che mi da più forza è l’affetto della gente — confessa non appena raggiunge il palco con una buona mezz’ora di ritardo —. Sto subendo un attacco vergognoso dai mezzi di informazione. Questa è




