Silenziosa, felpata, in tutta l’Asia si sta combattendo una guerra delle monete. In apparenza è una vicenda interna alla competizione commerciale e industriale fra l’America e i suoi maggiori partner o rivali dell’Estremo Oriente: Cina, Giappone, Corea, Taiwan. Ma l’Europa ha torto a disinteressarsene. Quella guerra è stata innescata dalle svalutazioni competitive di potenze commerciali che sono in diretta concorrenza con gli europei. Ciò che accade lungo l’asse fra Washington e Pechino, Tokyo, Seul, ha un impatto notevole sull’economia europea. In sostanza: fin qui l’Estremo Oriente si è ripreso con la leva monetaria il danno dei dazi di Trump, più gli interessi. L’Europa no. Quindi i prodotti europei hanno incassato una perdita di competitività e la guerra delle monete non è una vicenda «distante».
L’intervento congiunto di Washington e Tokyo per fermare la caduta dello yen è qualcosa di più di un episodio nella lunga storia delle turbolenze valutarie giapponesi. Il fatto che le autorità americane abbiano comprato yen – appena la seconda operazione di questo tipo dalla crisi asiatica del 1998 – manda un segnale a tutta l’Asia. Dopo un anno in cui molte monete asiatiche si sono indebolite nonostante il boom delle esportazioni, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale,




