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Estraneo al Pci, tiepido con il Pd: il rapporto difficile fra Francesco Guccini e la sinistra ufficiale

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di Tommaso Labate

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Giorgia Meloni conquistata da Cirano. Matteo Salvini e Roberto Vannacci oggi divisi su tutto ma ancora uniti da La locomotiva, che il primo suonava a sedici anni e il secondo ha sempre canticchiato. Angelino Alfano, all’epoca in cui era il braccio destro di Silvio Berlusconi, addirittura per l’intera discografia, visto che è sempre stato censito tra i politici col più alto tasso di fedeltà al verbo musicale del Maestrone.

Sarà senz’altro perché fa più rumore e indubbiamente più notizia, ma l’adesione della classe dirigente di centro-destra e destra-destra al culto di Francesco Guccini, nume tutelare della sinistra dei cantautori, negli anni ha superato quello della nomenklatura progressista. «Conosco a memoria molti dei suoi testi. Splendidi, poetici, lirici. (…). E gli sono grata per il contributo che ha dato alla mia formazione ideale», ha scritto ieri l’altro la presidente del Consiglio. La risposta di Guccini era arrivata in vita. A Meloni, che gli aveva telefonato per invitarlo ad Atreju ricevendo in campo un no secco «perché i fascisti non mi piacciono», aveva mandato a dire che verosimilmente «non ha capito i miei testi»;

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