Ancora una volta, Trump non ha sentito il bisogno di avvisare, e tantomeno consultare, i leader con cui ha cenato ieri sera. Non il presidente francese Emmanuel Macron, non il britannico Keir Starmer, non il cancelliere tedesco Friedrich Merz, non Giorgia Meloni.
Forse, ma non è certo, il leader americano ne avrebbe parlato con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, nel corso del bilaterale di martedì 7 luglio.
In ogni caso, la ripresa delle ostilità ha riattivato l’allarme in Europa e tra i partner arabi del Golfo. Tra i diplomatici europei, la spiegazione più quotata è che il «Memorandum of Understanding», firmato il 17 giugno scorso da Trump e dal presidente del parlamento iraniano Masoud Pezeshkian, non ha retto alla prova dei fatti su un aspetto cruciale: il controllo dello Stretto di Hormuz.
Nei giorni scorsi i Pasdaran hanno attaccato tre petroliere, una delle quali battente bandiera del Qatar, che stavano seguendo una rotta non concordata con l’Iran. È chiaro che pensavano di poter contare sulla copertura americana. Ma, nelle ultime settimane, la diversa interpretazione del Memorandum è diventato un conflitto sempre più intenso nel braccio di mare da cui transita il 20% del greggio consumato nel mondo. Per Washington,




