
di Ilaria Sacchettoni
La visita della moglie. I suoi legali hanno chiesto i domiciliari
L’avvicinamento al carcere era iniziato già qualche anno fa ed era diventato un chiodo fisso. Non per forza angoscioso ma, certo, prevalente. Mauro Moretti il manager di ferrovie, andava preparandosi all’incontro con le sbarre, la mensa, il bagno comune e certe privazioni quotidiane con progetti ad hoc, frequentando associazioni impegnate nel rispetto dei diritti dei detenuti. Era il suo training psicologico.
«Rispetto lo Stato, mi costituisco» avrebbe detto la notte tra giovedì e venerdì, congedandosi dagli amici con un breve whatsapp: «Vado dentro, ciao». Di qua una dignitosa rassegnazione, di là l’opportuno bagaglio difensivo. La scelta di costituirsi a Orvieto, ad esempio, appare strategica: «Il magistrato di sorveglianza competente, quello di Spoleto, ha la possibilità di seguire più attentamente l’iter giudiziario di ciascuno», spiega la sua avvocata, Ambra Giovene.
L’importante, ora, è sfuggire l’intasamento del Tribunale di Sorveglianza romano che rappresenterebbe una pena accessoria, assicurano i suoi difensori. Il prezzo da pagare, più chilometri di distanza dalla famiglia che vive nella Capitale, appare compensato dalla garanzia di risposte rapide, legate a procedure più snelle.
Orvieto è un penitenziario che ospita poco




