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Dall’Iran all’Italia, la nuova vita di Mehdi Hosseini: «In prigione ti toglievano il senso del tempo. Oggi sogno per il mio Paese un futuro di libertà»

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di Alice D’Este

Venezia, i ricordi del giornalista Mehdi Hosseini, due mesi nella prigione di Evin. «Sentivamo la preghiera del mattino e sapevamo che ci sarebbe stata un’impiccagione». Oggi è cittadino italiano

Ogni mattina, prima di entrare a scuola si metteva in fila, costretto ad urlare, per volere del regime prima di varcare la soglia, «Morte all’Occidente». Quando, da adulto, per manifestare contro questo stesso regime è sceso in piazza insieme ad alcuni suoi compagni di università una pallottola in fronte ha ucciso, a pochi metri da lui, il suo amico. Quello che è accaduto nei dieci anni prima del suo arrivo in Italia nel 2013, per Mehdi Hosseini, giornalista iraniano ha i colori e la terra delle strade di Esfahan. La sua città natale. Quella in cui ha studiato e cominciato a lavorare. Nella sua memoria ci sono però anche altre istantanee che da Esfahan partono e si allontanano. Come quella della prigione di Evin, sede di detenzione dei dissidenti politici. Lì Mehdi Hosseini ci ha passato due mesi. La cella che lo ospitava era così piccola da impedirgli anche di sdraiarsi. Lì il tempo non esisteva se non scandito solo dai canti della preghiera del mattino.

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