
di Marco Bruna
Il primo caso nel 1998 con Clinton. Oggi vengono utilizzati dati biometrici o certificati digitali per verificare l’identità delle parti
L’incontro virtuale dovrebbe essere in programma oggi, il memorandum d’intesa — tregua estesa per sessanta giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz, negoziati sul programma nucleare iraniano — verrà firmato elettronicamente. Il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, su X, aveva annunciato proprio ieri pomeriggio che Stati Uniti e Iran erano «più vicini che mai a un accordo di pace», aggiungendo che il suo Paese, che sta mediando i colloqui, si sta «preparando per la firma elettronica, seguita da colloqui tecnici, la prossima settimana». La conferma è arrivata sia da Donald Trump che da fonti delle nazioni mediatrici; Teheran non è della stessa idea.
Salta subito all’occhio il modo in cui dovrebbe essere finalizzato questo primo step: attraverso una firma elettronica, che ha lo stesso valore legale delle firme autografe, in quanto dimostra l’intenzione di una persona di accettare i termini di un documento. Nel 1998 il primo caso: Bill Clinton e il primo ministro irlandese Bertie Ahern fecero la storia firmando elettronicamente un accordo.
Oggi vengono utilizzati dati biometrici o certificati digitali per




