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La Cina ci copiava le auto. Oggi a imparare siamo noi?

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Sulla carta, conviene a tutti. Conviene ai costruttori europei, che possono rimettere in moto stabilimenti sottoutilizzati (del 40% nel caso di Stellantis) e accedere a tecnologie sviluppate al doppio della loro velocità. Conviene ai cinesi, che entrano in Europa con la patente di Made in Europe aggirando in un colpo solo tutte le complessità del nostro mercato, dazi inclusi.

Eppure c’è una distinzione che farà la differenza nei prossimi anni, tra imparare e appoggiarsi per sopravvivere. Tra usare queste alleanze come scuola per assorbire metodi, velocità di esecuzione, cultura del software, capacità di iterare in pochi mesi cose che a Stoccarda, Torino o Wolfsburg richiedevano anni e usarle come ammortizzatore tattico, per riempire fabbriche vuote, prendere tempo, rinviare scelte dolorose.

I cinesi, vent’anni fa, scelsero la prima strada. Non si limitarono a ospitare le nostre fabbriche e a prendersi i nostri trasferimenti tecnologici. Hanno studiato, copiato, reinterpretato, e alla fine ci hanno superati a livello industriale utilizzando bene il tempo e le opportunità che gli abbiamo concesso. Hanno costruito un ecosistema straordinario, ma ci sono riusciti perché dietro avevano una strategia nazionale e una visione industriale di lungo periodo che in Europa non esiste. Il che è un problema.

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