
di Walter Veltroni
Il cantante ha contestato un modo di pensare totalitario
La citazione del celebre verso di Walt Whitman, tratto da Foglie d’erba è la chiave per comprendere il senso di quello che ha detto Francesco De Gregori: «Sono vasto, contengo moltitudini». Contenere moltitudini, avere il piacere e la libertà del dubbio, convivere con la complessità. Non sono queste, quasi antropologicamente, le sfide, quelle vere, del nostro tempo? Ha già detto Antonio Polito di certi antichi riflessi pavloviani che hanno spinto immediatamente a usare il timbro rovente per marcare di tradimento o peggio chi nella sua esistenza, con il suo impegno civile e con i suoi versi, è stato inequivoco, sentendosi parte di certi valori di libertà e di giustizia sociale.
Non bisogna usare i testi di Francesco De Gregori per raccontare le sue convinzioni più profonde. È facile, forse inutile. Lo faccio solo per dire che De Gregori non la pensa così da oggi, se ha cantato, negli anni Settanta, una preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi mai». E «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo».
Ciò che preme, nel guardare alle reazioni social, non quelle




