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Perché si parla da soli? Lo psichiatra Claudio Mencacci: «Non sempre è una confessione, ma un modo per rielaborare»

di Cristina Ravanelli

La questione è emersa con il caso Garlasco. Spiega il medico: «La voce interiore ha diverse funzioni. Può aiutare a chiarire idee, prendere decisioni, prepararsi per intenzione future»

L’intercettazione ambientale di Andrea Sempio per gli inquirenti suona quasi come una confessione: è in auto, da solo, e parla dei video intimi di Chiara Poggi che avrebbe visto. Nella pratica investigativa esistono altri casi in cui imputati, sospettati o indagati, credendosi non ascoltati, hanno iniziato a parlare da soli in cella o durante gli interrogatori, lasciando trapelare dettagli compromettenti. Lo avrebbe fatto anche Ted Bundy, il serial killer statunitense: secondo diverse testimonianze pare facesse lunghi monologhi a voce alta, ricostruendo i dettagli dei suoi omicidi. 
Parlare da soli, però, non è affatto un sintomo di pazzia né un gesto inconscio per «pulirsi la coscienza»: è un fenomeno molto comune, considerato normale e persino utile. «Viene chiamato “dialogo interiore esternalizzato”: invece di pensare in silenzio, la persona verbalizza ad alta voce pensieri, emozioni o istruzioni» spiega lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore emerito Neuroscienze Salute Mentale, Asst FBF-Sacco di Milano.

Parlare con sé stessi a voce alta è una pratica diffusa: che cosa può significare?
«Sì, è un comportamento

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