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Geopolitica e petrolio, ora il ricatto fa (molto) male. Ma sta per finire: ecco perché

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di Danilo Taino

Non si sa dove andrà a finire il prezzo del barile di petrolio, né per quanto tempo resterà chiuso lo Stretto di Hormuz. Ma almeno due cose sono certe: che non tutti i Paesi soffrono allo stesso modo, e che le risposte dei governi sono spesso (purtroppo) sbagliate

Era qualche anno che l’odore del petrolio non riempiva le cucine, gli uffici dei governi, le sale dei consigli d’amministrazione, gli open space della finanza, i nasi sofisticati dei banchieri centrali. Ora è di nuovo forte e rischia di confondere le menti. Non si sa dove andrà a finire il prezzo del barile che ieri, giovedì, ha superato i 125 dollari per poi scendere sotto i 115 (il Brent). Non si capisce per quanto tempo resterà chiuso lo Stretto di Hormuz, oggi sbarrato dal blocco incrociato di Teheran e di Trump, che toglie dal mondo 14 milioni di barili di greggio. Si fatica a calcolare come e quanto gli aumenti dei prezzi dell’energia penetreranno nell’interezza dell’economia e faranno balzare l’inflazione. Ci sono i pessimisti che immaginano il prezzo del petrolio a 150 dollari se Teheran e Washington non raggiungono un accordo e ci sono gli ottimisti

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