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«Mare fuori», fenomeno tv che usa il linguaggio dei giovani

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Giunti infine alla sesta stagione, le modalità con cui «Mare Fuori» – una coproduzione Rai Fiction–Picomedia, per la regia di Beniamino Catena e Francesca Amitrano – viene offerto al pubblico non cambiano. Forse sarebbe più corretto scrivere «ai pubblici», perché la serie è ormai diventata un caso di scuola per la tv contemporanea che ibrida il palinsesto con le piattaforme digitali.
Come già per le stagioni precedenti, «Mare Fuori» – che rappresenta e si rivolge a un pubblico giovane – passa prima da RaiPlay per poi approdare su Rai 2, in una più classica programmazione in prima serata (4,9% di share). Non è facile descrivere la trama, che vede una Rosa Ricci (Maria Esposito) più protagonista e intensa che mai.
Nelle intenzioni, «Mare Fuori» vuole porsi agli antipodi di «Gomorra», raccontando sì storie di marginalità e devianza giovanile, ma all’interno del contesto pedagogico e rassicurante del servizio pubblico. Eppure, la serie tradisce l’inevitabile riferimento e strizza l’occhio a un universo narrativo conosciuto, rodato e di successo: nel linguaggio, nell’utilizzo (a tratti) del dialetto più stretto, che rende necessari i sottotitoli, e nella scelta delle musiche.

Perché i giovani detenuti dell’IPM di Napoli, che cercano di trovare la loro strada tra

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