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Perché la Cina crede ancora nell’automobile (e l’Europa ha smesso)

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A Pechino, invece, il Salone dell’auto è ancora un Salone nel senso fisico del termine che abbiamo inventato noi 128 anni fa (il primo della storia si svolse a Parigi), quando le fiere motoristiche erano l’evento dell’anno e i padiglioni si riempivano di folle in attesa di vedere l’ultimo prototipo. Dunque in Cina l’automobile è al centro di tutto e non deve condividere i riflettori con nessuno.

Questa differenza di considerazione e quindi di posizionamento culturale dell’automobile non è un dettaglio di poco conto. E vederlo con i miei occhi nella stessa settimana mi ha fatto riflettere su un aspetto di cui si parla poco, e cioè su quanto il vantaggio competitivo dell’industria dell’auto cinese sia culturale, prima ancora che tecnologico o industriale.

Mi spiego meglio. I cinesi non stanno solo costruendo auto più tecnologiche delle nostre: le stanno costruendo in una società che crede ancora nell’automobile, che la desidera e la celebra mettendola al centro della scena. I costruttori europei devono fare lo stesso lavoro in una società che, nel migliore dei casi, l’automobile la tollera.

E questo genera un circolo vizioso, perché quando una società smette di credere in un prodotto, anche chi quel prodotto lo costruisce finisce

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