
di Paolo Valentino
Nel 1991 fu abbattuta la statua moscovita di Felix Dzerzinskji, il fondatore della polizia segreta dell’Urss. Ma ora il sanguinario architetto del terrore rosso torna sul piedistallo
C’ero anche io sulla Piazza della Lubianka a Mosca in quel 22 agosto 1991, quando una folla in giubilo assistette all’abbattimento della statua di Felix Dzerzinskji, fondatore e primo direttore della Ceka, la polizia politica dell’Unione Sovietica, poi mutata nella Gpu e infine nel celebre e famigerato Kgb. La rimozione di «Felix di Ferro», architetto delle deportazioni e delle esecuzioni di massa, simbolo stesso del terrore staliniano, fu il gesto liberatorio di un Paese che voleva esorcizzare i fantasmi del comunismo.
Trentacinque anni dopo, l’esorcismo è finito. Iniziata già nel 2023, quando una copia esatta della statua fu inaugurata nel cortile del palazzo del Svr, l’intelligence esterna della russia, la riabilitazione dell’antico spymaster ha fatto un balzo il 22 aprile scorso. Quel giorno Vladimir Putin ha firmato il decreto presidenziale che impone il nome di Felix Dzerzinskji all’Accademia del Fsb, il servizio segreto erede del Kgb, riconoscendone «il contributo eccezionale dato alla sicurezza dello Stato».
La metamorfosi totalitaria del regime putiniano, già in fase avanzata




