di Ferruccio de Bortoli
La perdita del potere d’acquisto per le buste paga è pari al 7% rispetto al 2019. Per evitare nuovi impoverimenti da crisi energetica si può ipotizzare un «impegno morale» (garantito anche dal governo) per rinnovi contrattuali senza ritardi e garanzie salariali
L’onda d’urto della guerra del Golfo, che speriamo si concluda il più presto possibile, come l’altra in Ucraina di cui spesso ci dimentichiamo, minaccia le famiglie su due fronti. Pacifici ma non indolori: il potere d’acquisto di salari e stipendi e il valore reale dei risparmi. Le esperienze più recenti, dalla pandemia alla crisi energetica del 2022, possono insegnarci qualcosa di utile, molto utile. La lezione non va sprecata.
Nel loro libro appena pubblicato da Egea (Il prezzo nascosto, lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione) Marco Leonardi e Leonzio Rizzo hanno esaminato, con cifre impietose, gli effetti nefasti dell’inflazione sulle retribuzioni nel recente passato. Ovvero il massiccio trasferimento di reddito da lavoro allo Stato (attraverso il fiscal drag) e a favore dei profitti grazie anche al tardivo rinnovo dei principali contratti collettivi. Leonardi — in un articolo su Il Foglio — ha polemizzato con la Cisl che ha minimizzato, in uno studio, la



