
di Viviana Mazza
I primi 2.200 marines arriveranno nell’area il giorno in cui scade il nuovo ultimatum per i colloqui. Una leva per le trattative o un piano d’attacco?
DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON – Di solito si parla di «nebbia della guerra» (fog of war): l’incertezza e la mancanza di informazioni chiare che si sperimentano sul campo di battaglia e che rendono difficile comprendere le reali intenzioni e posizioni del nemico. Ieri l’editoriale del Wall Street Journal era intitolato invece «La nebbia della diplomazia».
Lunedì scorso il presidente Trump ha gettato nella nebbia il Medio Oriente, i mercati, gli americani e gli alleati annunciando che erano in corso colloqui «produttivi» e rimandando di cinque giorni l’ultimatum per la riapertura dello stretto di Hormuz.
Anche i repubblicani ieri sono emersi da un briefing a porte chiuse sull’Iran alla Camera avvolti della nebbia. Mike Rogers, il capo del Commissione forze armate, ha chiesto in particolare più informazioni sugli obiettivi dei soldati inviati nella regione: «Vogliamo di sapere di più su quello che sta succedendo, sulle opzioni e sul perché vengono prese in considerazione. Non stiamo ricevendo sufficienti risposte a queste domande». La deputata «Maga» Nancy Mace ha dichiarato su




