di Gianluca Mercuri
Gli investitori non si fidano completamente della tenuta della Ue e quindi le emissioni di debito comune pagano tassi di interesse più alti rispetto ai titoli di Stato dei singoli Paesi
Nel momento storico decisivo che vive l’Europa, «eurobond» è una delle parole-chiave. Il secondo mandato di Donald Trump ha chiarito che gli europei hanno due strade: da una parte l’autonomia strategica – finanziaria, militare, tecnologica – raggiungibile o almeno perseguibile soltanto attraverso forme sempre più consolidate di convergenza e integrazione; dall’altra il «sovranismo», cioè l’ideologia della sovranità e dell’identità nazionale che prevale fino a concedere al massimo forme di cooperazione confederale, col rischio (coltivato esplicitamente dall’attuale assetto di potere statunitense) di riduzione dei presunti Stati sovrani europei in vassalli totali del protettore/predatore di Washington.
La disputa sugli eurobond
È in questo contesto geostrategico che si colloca la disputa sugli eurobond, che però proprio a questo contesto andrebbe aggiornata una volta per tutte. Gli eurobond – ovvero emissioni di debito comune da parte dell’Unione europea con la garanzia degli Stati membri, che condividono rischi e costi delle loro obbligazioni collettive – hanno sofferto in questi anni di una tara congenita che un gruppo di economisti




