Il negoziato di Islamabad tra Stati Uniti e Iran sembra ripartire, ma nella massima confusione e incertezza. Potrebbe essere una falsa speranza, seguita da un altro fallimento, forse perfino da una ripresa dei combattimenti.
Hormuz rimane in ostaggio. Al tempo stesso, sappiamo che le due parti in causa hanno un interesse reale all’accordo. Trump, perché combatte una guerra che il suo Paese a maggioranza non vuole: e questa maledizione del «fronte interno» è stata spesso fatale per i suoi predecessori, costringendoli a ritirate umilianti in conflitti che i militari americani stavano vincendo. In quanto al regime iraniano, dopo aver subito danni militari enormi aveva trovato una rivalsa nella geoeconomia: minacciando di bloccare Hormuz aveva fatto temere un disastro energetico mondiale. Ora però il regime stesso si trova di fronte alla contromossa americana, identica e speculare: il blocco contro le navi iraniane evoca la possibilità di uno strangolamento economico. Inoltre chiunque scommetta sulla solidità e stabilità di questo regime rischia di sottovalutare il risentimento della sua popolazione, che potrebbe riesplodere.
Valutare come stia andando davvero questa guerra è difficile. È sempre stato difficile, in tutte le guerre: donde l’espressione «the fog of war», la nebbia creata dalle propagande incrociate;




