
di Alessandra Muglia
Era in Fidesz, ora ne denuncia la corruzione. E dice: «L’Ue è casa nostra»
DALLA NOSTRA INVIATA
BUDAPEST – «Il 12 aprile, esattamente 23 anni dopo il referendum che ha portato l’Ungheria nella Ue, vogliamo confermare quella scelta: la casa dell’Ungheria è l’Europa» insiste Péter Magyar sul finale di una campagna segnata dalle intercettazioni di trame tra Budapest e il Cremlino.
Applausi scroscianti, urla e telefonini con luci a favore di drone: la folla gli ha perdonato l’ora di ritardo. A ridosso del voto che potrebbe cambiare il corso dell’Ungheria e gli equilibri in Europa, il leader dell’opposizione è tornato a Gyor, cittadina 120 km a nordovest della capitale, diventata uno dei palcoscenici del suo scontro con il premier che proprio qui, l’altra settimana, è andato in escandescenza quando contestato; a metà novembre i due sfidanti si erano contesi la piazza, stesso giorno, stessa ora.
Questa storica roccaforte di Fidesz, con i suoi 130 mila abitanti e uno stabilimento Audi, ha già mostrato di essere tentata dal cambiamento: ha scelto come sindaco un giovane indipendente. Così Gyor è considerata tra le città in bilico che potrebbero decidere la fine dell’era Orbán. In piazza,




