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Voci da Teheran sotto le bombe: «Questa è la nostra battaglia finale». E dopo il panico la città precipita nel silenzio

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C’è chi festeggia i raid con balli e slogan contro la Repubblica islamica, e c’è già chi piange i figli morti

Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran un quartiere a nord di Teheran e da oggi sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati.  Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa. A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. Molti cercano di lasciare la capitale. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina alle stazioni di servizio. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?». 

Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Girano video di ragazzini delle scuole medie che

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