
di Greta Privitera
Il timore è che le redini le abbiano i pasdaran, le frange più radicali del regime
Per ora, esiste solo via messaggio. Prima quello scritto e affidato alla voce dei giornalisti e delle giornaliste dei telegiornali di Stato. Poi quello mandato sul suo canale Telegram. Mojtaba Khamenei, il nuovo ayatollah-fantasma della teocrazia, grida vittoria in nuvolette bianche su sfondo verde, trasformate dai suoi social media manager in post su X per il Nowruz, il capodanno persiano: «In questo momento, grazie alla speciale unità che si è creata tra voi, nostri compatrioti, nonostante tutte le vostre differenze religiose, intellettuali, culturali e politiche, il nemico è stato sconfitto».
Ma la nuova Guida della Repubblica islamica non si è ancora fatta vedere, né sentire. «Il topo supremo se la fa sotto», lo scherniscono i dissidenti in esilio, giocando con quella radice del nome che in persiano diventa «moosh», il topo appunto. La sua assenza alimenta indiscrezioni e teorie del complotto. C’è chi giura che sia morto per le ferite riportate dopo i raid sul compound del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, e chi lo immagina in fuga verso Mosca per curarsi di nascosto.
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