
Nel 2002 fondò l’Associazione che ancora oggi porta il suo nome, passò gli ultimi dieci anni della sua vita su una sedia a rotelle e alla fine poteva comunicare solo con gli occhi e nemmeno più con il sintetizzatore della voce
L’ultima sua frase pronunciata in pubblico fu attraverso un sintetizzatore fu: «Non ho paura della morte, forse perché a volte penso di essere già morto». Mancava una settimana alla sua morte reale, vent’anni fa, il 20 febbraio 2006, Luca Coscioni aveva 39 anni e una sclerosi laterale amiotrofica che gli aveva tolto l’uso della gambe, delle braccia, delle mani, della voce. Ma non la voglia di combattere che, anzi, aumentava ogni volta che aumentavano i suoi deficit fisici. Combatteva per la ricerca, per la libertà, per la vita. Per consegnare dignità alla fine della vita.
È morto con accanto sua moglie Maria Antonietta, l’angelo custode dei suoi battiti di ciglia, l’ultima possibilità che ha avuto per comunicare con il mondo. È morto con accanto i suoi compagni di battaglia, oggi ancora indomiti nell’Associazione a lui intitolata che proprio Luca volle fondare quattro anni prima di morire. È ben nota alle cronache l’Associazione Coscioni, le disobbedienze civili sul fine vita di Marco Cappato




