
di Massimo Franco
L’impressione è che il muro contro l’estremismo eretto dalla coalizione di destra ponendo la questione di fiducia sia stato, se non scavalcato, aggirato
Visto dall’esterno, quello del manipolo parlamentare dei seguaci di Roberto Vannacci appare un comportamento incomprensibile. I suoi tre deputati hanno votato la fiducia al governo ma non il decreto che conferma l’invio di armi all’Ucraina. Eppure, nell’ottica di chi cerca di mettere in difficoltà la maggioranza, dopo avere rotto con la Lega accentuando posizioni anti-Ue e filo-russe, la scelta può avere una perversa coerenza. Serve a inquinare l’immagine di un governo graniticamente a favore di Kiev.
Votare contro gli aiuti militari all’Ucraina ma rimanere formalmente nel perimetro della coalizione vorrebbe indebolire l’accusa di essere strumenti delle opposizioni; confermare l’ancoraggio a destra; e fomentare il malessere tra quanti, nella Lega e forse non solo, sono pronti a siglare una tregua anche alle condizioni di Vladimir Putin. Per questo, la votazione di ieri alla Camera ha confermato la solidità della coalizione di Giorgia Meloni. Ma in un alone di ironie e insieme di apprensione per la spregiudicatezza dell’ex leghista.
L’ambiguità obbediente dei suoi seguaci sembra pronta a riemergere a ogni votazione




