La cultura «woke» è nata negli Stati Uniti, poi è diventata una delle esportazioni americane di maggior successo nel mondo. Ha messo radici profonde nella madrepatria coloniale, l’ex impero britannico. A riprova di quanto abbia attecchito bene a Londra ci sono aneddoti che hanno coinvolto delle celebrity. Le minacce di morte all’autrice di Harry Potter J.K. Rowling, femminista storica ma non abbastanza allineata con la causa Lgbtq. Le aggressioni all’attrice Helen Mirren («p… sionista») per il solo fatto di aver interpretato il ruolo della premier israeliana Golda Meir in un film. (E a questo punto chi oserà mai fare la parte di un «cattivo», tipo la strega di Biancaneve?) Ma l’ultimo episodio ha avuto contorni più tragici. Che rimbalzano da una costa all’altra dell’Atlantico con un paragone frequente: l’Inghilterra ha avuto un «George Floyd» dalla pelle bianca?
Tra coloro che azzardano il parallelismo inquietante c’è un osservatore speciale: Konstantin Kisin, scrittore e commentatore politico russo-britannico, autore di «Lettera d’amore di un immigrato all’Occidente». Kisin è stato uno dei primi a sostenere che la morte del diciottenne Henry Nowak a Southampton rappresenta molto più di un tragico errore di polizia. Secondo lui è il simbolo di una trasformazione culturale e istituzionale iniziata




