
di Massimo Franco
Nessuno è in grado di intercettare gli umori più profondi dell’opinione pubblica. E questo complica le previsioni
Salvo fiammate dell’ultima ora, le polemiche dei giorni finali sembrano un po’ meno taglienti. È come se molti si accorgessero di avere esagerato, connotando la campagna referendaria come una rissa che ha finito per oscurare i contenuti di quesiti già ostici. E cominciasse a farsi strada la sensazione che bisogna pensare anche al «dopo», lasciando da parte toni che forse non favoriranno la partecipazione. Difficile parlare di accenni di autocritica. La prospettiva del voto tende a imporre fino all’ultimo una logica di scontro, acuita da un’incertezza oggettiva sul risultato della consultazione.
Il tema è quello dell’astensionismo, reso più sconcertante dal fatto che il referendum sulla giustizia riguarda sette articoli della Costituzione ma sarà valido qualunque sia la percentuale dei votanti. Inizialmente la questione è stata sottovalutata o volutamente trascurata. Col passare delle settimane, ha cominciato invece ad assumere rilievo. A torto o a ragione, sono stati fatti scenari che prevedono la vittoria dei Sì alla riforma voluta dal governo se il quorum sarà del 50 per cento o superiore; dei No, se a recarsi alle urne sarà




