
di Filippo Mazzarella
Il film di Alan Pakula uscito nelle sale Usa il 4 aprile 1976 ripercorre il «Watergate»: non solo uno «scandalo», ma la prova che, per salvare sé stesso, l’establishment è capace di mentire sistematicamente
Il 4 aprile 1976 ha luogo a Washington D.C. (location certo non casuale) l’anteprima mondiale di Tutti gli uomini del presidente/All the President’s Men di Alan J. Pakula, cineasta tra i massimi esponenti del disincanto post-anni Sessanta il cui cinema intercettò con precisione (già dai precedenti Una squillo per l’ispettore Klute/Klute, 1971, e Perché un assassinio/The Parallax View, 1974) la crisi della fiducia nelle istituzioni americane e il dilagare di paranoia e manipolazione.
Tra i film-simbolo del rapporto tra cinema, potere e verità, Tutti gli uomini del presidente costituisce una riflessione altissima e ancora (ma verrebbe da dire sempre) attuale sulla trasparenza democratica minacciata da un’estetica politica di sorveglianza e dubbio.
La storia era vera e al tempo ancora bruciante: traduceva infatti, in quella forma di cinema al contempo «impegnato» e «di consumo» tipica dell’epoca, l’inchiesta giornalistica che portò alla caduta di Richard Nixon seguendo passo passo l’indagine dei due veri reporter del Washington Post, Bob Woodward e




