Il tennista greco: “Ho vissuto cose non piacevoli in carriera. Metà del lavoro è avere vicino chi ti ispiri e che sia tranquillo nel box e nella tua vita quotidiana”
Collaboratore
22 ottobre – 15:26 – MILANO
Nel novembre 2019, a 21 anni, Stefanos Tsitsipas era in cima al mondo. Aveva vinto le Atp Finals alla prima partecipazione, era n.6 del mondo e giocava un tennis ammirato e bello da vedere. In più aveva al suo fianco suo padre Apostolos, prima professore di ginnastica, poi allenatore a tempo pieno del figlio. Sono passati 7 anni, ora Tsitsipas ne ha 28 e di quel ragazzino sorridente e vincente è rimasto solo un giocatore triste che stenta a rimanere in top 40. Mandando spesso messaggi di disapprovazione, come in questi giorni dall’Atp 250 di Almaty, proprio al padre: “Ho imparato che una buona squadra è la metà del lavoro. Una squadra che ti ispiri, che sia tranquilla e generi pace nel box e nella tua vita quotidiana è un bene molto importante. Ora capisco meglio con chi voglio collaborare”. Negli anni, infatti, il rapporto giocatore-coach, ma




