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Tre anni dopo il 7 ottobre, com’è cambiata la geografia del conflitto in Medio Oriente

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La guerra contro l’Iran sta entrando in una fase nuova. Non perché si avvicini la pace. Al contrario: il conflitto cambia forma e soprattutto cambia geografia. Sul mare gli Stati Uniti hanno ridotto la capacità di Teheran di strangolare il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, la minaccia iraniana sta ricreando interessi comuni fra Israele e alcune monarchie arabe, dopo che il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza sembravano avere congelato quella dinamica. Ma proprio mentre Washington aumenta la pressione militare sull’Iran, «lì a fianco» il ritiro di truppe Usa dall’Iraq lascia uno spazio che le milizie filo-iraniane possono cercare di occupare.

Tre sviluppi diversi convergono in uno stesso scenario. Il primo cambiamento riguarda Hormuz. All’inizio della guerra, scoppiata il 28 febbraio, Teheran aveva puntato sulla sua arma geoeconomica più potente: mettere sotto assedio lo stretto attraverso cui in tempi normali transita circa un quinto del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti hanno risposto con un contro-assedio: blocco dei porti iraniani, scorta alle petroliere degli altri paesi, attacchi contro radar costieri, posamine e rampe missilistiche. Il traffico resta inferiore alla normalità, ma Teheran non è riuscita a chiudere il rubinetto del Golfo. Michael Doran, direttore del

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