Il «modello europeo» è sempre stato associato a qualche forma di socialismo democratico: tasse alte e fortemente redistributive, servizi gratuiti, spesa pubblica assistenziale, Welfare generoso, statalismo ubiquo e molto attento a regolare ogni aspetto della vita collettiva. Che questo «modello» non sia portatore di grandi successi in campo economico, non impedisce che venga tuttora circondato da un’aureola di superiorità almeno sul piano morale: lo si descrive come più equo, attento ai diritti, soprattutto paragonandolo al «capitalismo selvaggio» che nelle caricature più diffuse descrive l’America. Ma il modello europeo, nella sua versione socialista/laburista più antica e autentica, è entrato in crisi da tempo proprio in due paesi-chiave che ne furono i pionieri, Svezia e Regno Unito.
C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il ripensamento del modello socialdemocratico avvenga oggi proprio lì nel Nord. Per decenni la Svezia è stata il laboratorio più celebrato della sinistra occidentale: lo Stato accompagnava il cittadino dalla culla alla pensione. La Gran Bretagna, dal canto suo, è stata la patria del Welfare moderno nato nel dopoguerra e del Servizio sanitario nazionale. In entrambi i Paesi, oggi si moltiplicano i segnali di una revisione profonda di quelle ricette.
Non si tratta di una conversione




