
di Fabrizio Caccia
Il critico d’arte: mia figlia? Non ha neanche chiamato, non dica che pensa al mio bene
Professor Vittorio Sgarbi, alla fine un’assoluzione e due archiviazioni per il caso del quadro di Rutilio Manetti: può dirsi soddisfatto.
«Lo sono. So quello che ho fatto, e grazie all’opera dei miei difensori, il professor Alfonso Furgiuele e il mio storico avvocato Gianpaolo Cicconi, il giudice ha capito e giudicato in maniera opportuna, assolvendomi non per “insufficienza di prove” come qualche persona poco informata sostiene (dato che è da 40 anni che lo Stato italiano ha ritenuto quella formula di eredità fascista incompatibile col principio costituzionale della non colpevolezza), ma perché il fatto non costituisce reato».
Vien da pensare che l’inchiesta sul dipinto possa aver influito sulla sua depressione. Non è così?
«Contro di me — li hanno contati i miei collaboratori, non io — ci sono stati innumerevoli articoli de il Fatto Quotidiano, in un certo periodo addirittura al ritmo di uno al giorno, 5 o 6 trasmissioni di Report di Sigfrido Ranucci, una decina di puntate di Lo stato delle cose di Massimo Giletti. Una esagerazione, direi, anche nell’esercizio del sacrosanto diritto di cronaca! Certo che la vicenda



