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Sfoghi, liti, “like” sospetti: Cancelo e gli allenatori, storie tese di un top player spigoloso

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Mai più di tre anni e mezzo fermo in uno stesso club. Dal Benfica all’Al-Hilal c’è più di qualcuno che si è chiesto come mai un giocatore dello spessore di Joao Cancelo non sia riuscito a costruirsi una solida continuità in una squadra per più tempo. Il talento non si discute, il carattere invece a volte ha preso il sopravvento sul campo; il rendimento si è scansato e ha lasciato (troppo) spazio a episodi tesi, sfoghi, litigate con allenatori che hanno fatto finire ai margini il giocatore “per colpa” del ragazzo. Lo chiamano temperamento, quella forza centrifuga che talvolta allontana e porta a rotture anticamere di addii velenosi. 

È fatto così, ha sintetizzato qualcuno. Ma così come? Lui si definisce un “sognatore” perché “è questo che mi mantiene vivo” ma in realtà nel 2013 un po’ è morto anche lui con sua madre. Filomena, tatuaggio sul braccio e cicatrice sul cuore del dolore più grande. Una vita spezzata da un incidente d’auto in una notte in cui su quella stessa macchina c’erano anche Joao e suo fratello minore Pedro. I due si salvano, la donna no e da allora Cancelo convive con questo vuoto. Ricordo e mancanza che sono diventati

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