Sette antenate da sogno. Le mie Il nuovo romanzo di Fabio Genovesi

di Ida Bozzi
Madre, nonne e zie si raccontano in forma di fantasmi. La Versilia, le storie: esce il 1° aprile per Mondadori «Mie magnifiche maestre»
dello scrittore toscano

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Conosciamo il mondo di Fabio Genovesi, classe 1974, come lo ha raccontato nei suoi molti romanzi: è la Versilia degli anni Ottanta e Novanta, e di oggi, con i ricchi turisti sulla splendida striscia di spiaggia e un infinito mondo rurale appena dietro la pineta, più fangoso e spontaneo, anche comico, popolato da decine di nonni veri e putativi che insegnano la vita, la pesca e la passione per la bicicletta al bambino di casa. Di quel mondo, abitato da leggende familiari tragicomiche, da un padre che sa aggiustare tutto e una madre che aggiusta il resto, da ragazze bellissime e inquiete, e da anziani mai saggi fino in fondo, conosciamo anche la trasformazione, raccontata da quel bambino diventato adulto: i terreni dei villaggi venduti ai magnati dell’Est, le casette spianate per far posto a ville hollywoodiane con fontane e immense statue di marmo, le feste rumorose; e poi il vuoto fuori stagione, quando i pochi autoctoni rimasti si riprendono la pineta, il mare e l’argine del fiume.

Un mondo da cui si fugge, o per studiare o per pura inquietudine: tra le leggende di casa c’è anche quella, temutissima, che chi resta e resta da solo, come certi zii rimasti ai margini della vita, alla fine impazzisce.

Stavolta però si torna, e cambia tutto: è tornato da tempo anche Fabio, storico alter ego dello scrittore, protagonista del nuovo romanzo Mie magnifiche maestre
(Mondadori, dal 1° aprile). Solo che ora è diventato un adulto, anzi un uomo di mezza età: gli mancano appena sette giorni al fatidico compleanno dei cinquanta, e lui quasi non ci crede, perché «nel fondo più profondo di te, dove viaggia la tua anima, il tempo non arriva». Anzi: «Restiamo eterni bambini su un’astronave che vaga nello spazio».

Così vagolante e incredulo, quella mattina, appena messo il naso fuori di casa, Fabio si sente apostrofare dalla strada: è Stelio, il giardiniere del comune, a chiamarlo per annunciargli di aver visto sua nonna in sogno. All’improvviso, nel giro della breve passeggiata mattutina tra le case e i negozi del paese, tutti i vicini, i conoscenti, la farmacista, lo spazzino, tutti si affannano a chiamare Fabio, e tutti hanno avuto in sogno un messaggio da portargli, chi dalla bisnonna, chi dalla zia, chi da un’altra delle donne della sua famiglia. Con il protagonista, è l’intero suo mondo che si risveglia: mai come in questo romanzo (o romanzo di racconti) la simbiosi tra il personaggio e il paesaggio umano e naturale è diventata così stretta. Ogni paesano ha una sua storia, una sua attitudine, Genovesi le coglie tutte al volo, con pennellate precise: l’algida farmacista quasi vetrificata nella sua vetrina, la vicina che sfreccia in bicicletta (anche il nome, Annetta, sembra andare di corsa), il bagnino Nemo tanto ruvido da non parlare nemmeno, come un eroe sottomarino. È una preparazione necessaria, un espediente narrativo che serve ad accordare gli strumenti, perché il fantastico sta per irrompere nella storia, la scrittura sta per farsi sempre più intima, personale e lirica, ma senza spostarsi di un passo dal litorale, dai canneti ventosi e dal fango del fiume. Magia: come le cicale, che aspettano sottoterra fino a diciassette anni prima di uscire a cantare (lo spiega il prologo «naturale» del libro, emozionante), anche le donne di famiglia hanno aspettato a lungo, prima di convocare Fabio e chiedergli, attraverso le voci di tutto il villaggio, di ascoltarle in sogno.

E Fabio, giorno dopo giorno, anzi, notte dopo notte, ubbidisce: dorme e ascolta. Le sette notti che lo dividono dal compleanno diventano viaggi nel tempo, in cui i fantasmi delle antenate si liberano del silenzio in cui si sono spente, e tornano vive. Arriva per prima Isolina, figlia non desiderata di un avo duro e distante, data in moglie in cambio di un maiale: piegata per anni dal dolore, affida la sua liberazione a un falcetto affilato. Nessuno muore, ma il mondo di bestie e violenze si trasforma in un mondo umano, e Isolina fonda finalmente una famiglia, di cui sarà trisnonna, per aver insegnato con il sangue a pronunciare semplici parole, come grazie, ai suoi maschi.

Non sono donne lievi, quelle raccontate da Genovesi, né facili camei femminili: sono maestre di vite dure, non sempre gradevoli. Come la bisnonna Archilda, custode gelosa, prima e dopo la morte, di una pianta d’ortensia. Solo nel mondo superiore, fatale, delle donne di Genovesi, una pianta d’ortensia maltrattata può vendicare la distruzione di un villaggio ad opera dei soliti magnati dell’Est, delle loro ruspe e delle loro ville ora deserte: leggere per credere. Via via, nel romanzo, appaiono le lezioni di vita delle donne: la confidenza con il mondo della morte, insegnata al bambino Fabio da zia Gilda che riempiva i suoi pomeriggi con i funerali dei paesani. L’apertura alla fantasia e alla narrazione, con l’apparizione di zia Irene e il ricordo esilarante del primo film visto al cinema del paese, Godzilla. La zia Benedetta, che incarna l’istinto ribelle e fuggiasco del bambino ma pagherà di persona la ribellione di una generazione piegata dalla droga. E poi Azzurra, che insegna a fare le scelte sbagliate e a rassegnarsi a perdere; Violetta, insopportabile ma in segreto salvifica; e una donna finale, di cui non diciamo nulla per non guastare il gusto della lettura. E accanto ai sette fantasmi, nel libro ci sono anche le donne presenti, la madre, le amiche d’infanzia, gli amori: chissà quali altre lezioni custodiscono, nei loro silenzi. Come la madre, che ha una sola parola per i dolori esistenziali del figlio: «Esagerato», e con quella dice tutto.

Quanto più il compleanno si avvicina, tanto più accanto alle sue donne il protagonista impara a sentire la meraviglia della vita, specie se quotidiana, effimera, pronta a dissolversi nella polvere come le antenate. Ed emerge la voce più profonda di tutte, quella della natura: c’è sempre stata, tra le galline di Isolina, nella tinca cucinata da zia Gilda, nei fiori di Archilda, ma via via sormonta le altre voci, accompagna ogni passo del protagonista nella pineta e tra le rane nei canneti.

Di più: il dolore fa il rumore delle pigne secche che cadono dai rami; i bambini che vanno a scuola somigliano ai branchi di acciughe che luccicano in mare. Natura è ovunque. Non la sentono i golfisti snob che calpestano i prati (comica, l’apparizione del bambino e dell’adulto Fabio, nell’improbabile cornice del gioco del golf), né gli arciricchi turisti che spianano la pineta. La sente però il lettore: proprio la natura, donna suprema che tace e si muove sapiente sopra il dolore e l’incertezza, insegna la lezione più importante. La scrive, benissimo, Genovesi: «Non so dove vado, ma ci vado danzando».

30 marzo 2025 (modifica il 30 marzo 2025 | 15:01)

30 marzo 2025 (modifica il 30 marzo 2025 | 15:01)