
di Aldo Grasso
Il film di Garry Marshall è un «porto sicuro» dei palinsesti: non si segue per la trama, ma per ritrovare una sensazione famigliare
Rai1 ha ritrasmesso per l’ennesima volta «Pretty Woman». Il rapporto tra questo film e il piccolo schermo è un caso di studio fenomenale, quasi unico nel panorama televisivo italiano (l’altro è «Una poltrona per due»). Non è semplicemente un film trasmesso di continuo: è quello che gli esperti chiamano un «porto sicuro» dei palinsesti.
La televisione generalista vive di ripetizione e di rassicurazione. In un mondo dell’informazione frammentato e spesso ansiogeno, «Pretty Woman» agisce come un tranquillante cognitivo. Lo spettatore sa esattamente cosa succederà; questo riduce la fatica di capire e permette una visione rilassata. È il cosiddetto comfort watching: non guardi il film per scoprire la trama, ma per ritrovare una sensazione che appare familiare.
Il film, infatti, rielabora il mito di Pigmalione e Cenerentola, ma con una variante fondamentale: lo scambio è reciproco. Non è solo Vivian a essere «elevata» socialmente; è Edward a essere salvato dalla propria aridità emotiva. La regia pulita di Garry Marshall e la fotografia calda di fine anni ‘80 offrono un’estetica che




