
di Giuseppina Manin
«A cena con il dittatore» tra premi e incassi: storia di un banchetto preparato da chef comunisti
Il primo aprile in Spagna non si festeggia. Niente pesci burloni in una data che, dal 1939, segna la fine della sanguinosa guerra civile e l’inizio della feroce dittatura di Francisco Franco.
L’unico scherzo, e di pessimo gusto, è quello, immaginario ma plausibile, che dà il via al film di Manuel Gómez Pereira, A cena con il dittatore, commedia nera candidata a otto premi Goya, dal 9 aprile nei cinema per Officine Ubu.
Dove, appena finito il massacro costato un milione e mezzo di vite, un baffuto tenente si presenta in quello che era il più lussuoso hotel di Madrid, il Palace, pretendendo che venga allestito a tempo record un banchetto per celebrare la vittoria di Franco e i suoi sodali.
Che l’albergo, in un Paese devastato, sia adibito a ospedale di fortuna, poco conta. Tutto va sbaraccato in un baleno, i feriti piazzati dove capita, hall e saloni tirati a lucido come nulla fosse accaduto.
Soprattutto va riattivata la cucina e organizzato il pranzo di gala. La servitù devota al regime scatta sugli attenti.




