
di Aldo Grasso
Il Festival funziona quando riesce ad attrarre pubblico che non guarda o guarda poco la Tv
Bilancio a caldo di questo «Sanremo 2026»: un Festival che sembra almeno mettere in pausa quella stagione di «crescita felice» che lo caratterizzava — con la sola parentesi della sfortunata edizione Covid del 2021 — da quasi un decennio.
Non è però tanto una «decrescita felice» (cit. Giuliano Ferrara) quella che si legge nei numeri: una media di 9.161.000 spettatori, 59% di share, per le prime tre serate (quella delle cover, 10,6 milioni di media, fa sempre un po’ storia a sé) è un risultato buono, seppur in chiaroscuro.
Un punto da cui ripartire per evitare di innescare un ciclo di crisi, come negli anni 2003-2004 e 2006-2008. Allora l’asticella degli ascolti scese sotto la soglia, simbolica e psicologica, dei 10 milioni.
Non c’è stato tracollo o flop, come si sono affrettati a scrivere in molti dopo la prima sera, ma alcuni segnali preoccupanti da gestire.
Proviamo a vederli in ordine.
Primo, le platee: fra le due edizioni del 2025 e del 2026 il calo delle persone davanti al teleschermo fra le 21 e l’1 di




