di Maria Elena Zanini
La società di conserve dell’astigiano chiude il 2025 con oltre 165 milioni di ricavi. «Dialogo con il territorio e investimenti in tecnologia», spiega la ceo Chiara Ercole
C’è un filo sottile che lega le dispense di oggi a quelle di quasi un secolo fa . E lungo questo filo prende forma la storia di Saclà, un marchio che affonda le sue radici in un’Italia molto diversa da quella contemporanea. Sebbene spesso si collochi la sua nascita alla fine degli anni Trenta, la realtà racconta una storia ancora più antica: è il 1923, quando Secondo Ercole avvia ad Asti un’attività dedicata alla trasformazione e conservazione degli ortaggi, con l’idea di rendere i prodotti, velocemente deteriorabili, disponibili tutto l’anno. È da lì che inizia un percorso, che si consacra nel 1939 con la nascita vera e propria del gruppo, fatto di intuizioni, adattamenti e crescita costante, attraversando guerre, boom economici e cambiamenti nelle abitudini alimentari degli italiani. Oggi Saclà è un nome familiare sulle tavole, ma la sua identità resta profondamente legata a quell’origine artigianale, in cui conservare significava non solo prolungare la vita degli ingredienti, ma anche tutelare un pezzo di territorio .
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